03.11.2010 - 30.01.2011 - ADORATORI DI INFINITO - Matteo Gironi - testo a cura di Elisabetta Bovo
IL SUBLIME E’ QUI
Traduce nella malleabilità sostenuta del feltro e nell’apparente cedevolezza della cera i suoi sogni sublimi, Matteo Gironi, li articola in ondulazioni e movimenti che rispondono ad un’interiore partitura musicale, li modula morbidamente in curve e pieghe, li drappeggia in introflessioni ed estroflessioni che nulla tolgono allo slancio verticale sempre presente nelle sue opere.
Chimere barocche, segnate da una contraddizione di borrominiana ascendenza, le sue “sculture morbide” eppure ardite, nelle fessure del feltro tagliato ed assemblato ad arte e nella cera candida o imbevuta di nero pigmento che le riveste, possono rivelare la luce o la tenebra, il baluginare del mistero o il suo ritrarsi nell’oscurità impenetrabile. Tra le pieghe della materia, pervasa dall’inquietudine di un instabile equilibrio, emerge tutta la tensione e l’aspirazione all’infinito che conferisce un’impronta di sacralità a tutte le opere di quest’artista. Se la piega ha da sempre caratterizzato l'arte e una caratteristica del Barocco è replicarla all'infinito, Matteo Gironi, anima d’artista modulata da studi d’architettura, esprime le sue “intenzioni barocche” attraverso la replicazione di moduli che, assemblati, creano una texture atta ad innumerevoli possibilità di torsione, avvolgimento, piegatura, increspamento e sinuosità. Come nel barocco, lo scultore-architetto nelle sue opere curva e ricurva le pieghe nel feltro, le porta all'infinito, piega su piega, piega nella piega, ricoprendole poi con la cera. Così alle sue installazioni, per certi versi assimilabili ad altari barocchi, si può applicare tout-court la lettura deleuziana: “In basso, la materia è ammassata in un primo genere di pieghe, ed è poi organizzata in un secondo genere di pieghe (...). In alto, invece, l'anima canta la gloria di Dio, percorrendo le sue stesse pieghe, senza mai giungere a svilupparle interamente, poiché esse vanno all'infinito”. In esse si rivela heideggerianamente quella lotta originaria in cui viene conquistata quell’Aperura in cui sta dentro ogni cosa e da cui emerge, ritirandovisi, ciò che si manifesta come presenza inafferrabile. Ogni opera di Matteo Gironi, più che un ergon, è un’energheia: attività, forma in divenire, dinamica, mai statica o cristallizzata. E, paradossalmente la fessura - in queste sculture che nelle lande del postmoderno parlano un linguaggio nuovo e significante – risulta come il vuoto che tiene assieme il tutto, il taglio che lascia emergere la luce, che unisce e nel contempo tiene a distanza, che esprime un “congiungere illuminante”, l’intimità di un convenire tra finito ed infinito, l’incontro tra il limite e l’illimitato. Il sublime è qui.
Elisabetta Bovo, Verona 2010
Il Barocco è stato per Matteo “una folgorazione sulla via di Damasco”, il punto di partenza, l’incontro fondamentale che gli ha permesso di creare la sua storia nel campo dell’arte. Matteo si è avvicinato al concetto, o meglio, all’emozione dell’infinito e ha incominciato a visualizzare e definire il manifesto programmatico della sua arte. Ha cercato una rappresentazione dell'infinito elaborando un linguaggio basato sulla “necessità”, necessità che si trova nelle caratteristiche dei materiali che usa. L'importante per Matteo è evocare questa emozione, al di là del linguaggio usato. Le forme che crea sono “palpabili”, fisiche, attraenti, in apparente contrasto con l’idea dell’infinito, ma in perfetta armonia con questo momento storico in cui ci si può aggrappare solo alle forme reali e carnali. Per Matteo le forme sono un veicolo, non sono il fine, così che ogni mezzo è valido. L’idea dell’infinito, così inafferrabile e illimitato, è suggerito anche dalla scelta di utilizzare moduli ripetitivi, continuati basati su schemi, la cui esecuzione è particolarmente lunga e delicata. L’arte di Matteo potrebbe essere quindi definita come una parte di un infinito, un frammento nello scorrere del tempo o nel precipitare delle cose.
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