23.04 - 18.06.2010 presso Kn studio - mostra di Federico cinquetti a cura di Nicola Silva - Inaugurazione della mostra venerdì 23 Aprile dalle ore 18 - Finissage della mostra venerdì 18 giugno 2010


Le città invisibili.
“Se volete credermi, bene. Ora dirò come è fatta Ottavia, città - ragnatela. C'è un precipizio in mezzo a due montagne scoscese: la città è sul vuoto, legata alle due creste con funi e catene e passerelle. Si cammina sulle traversine di legno, attenti a non mettere il piede negli intervalli, o ci si aggrappa alle maglie di canapa. Sotto non c'è niente per centinaia e centinaia di metri: qualche nuvola scorre; s'intravede più in basso il fondo del burrone. [...] . Sospesa sull'abisso, la vita degli abitanti d'Ottavia è meno incerta che in altre città. Sanno che più di tanto la rete non regge. ”. E’ questa Ottavia, una delle “città invisibili” nate dalla penna e dal genio creativo di Italo Calvino: urbe in sospensione organizzata attorno ad uno schema a regnatela ch! e assurge simultaneamente a metafora di leggerezza e di fragilità universale. Ed è con questa chiave di lettura che istintivamente ho reagito di fronte ai lavori di Federico Cinquetti, giovane artista veronese che, mettendo in pratica l’evidente abilità nel plasmare le resine, conduce una personale ricerca artistica strettamente legata alla tradizione dell’Informale “materico”, in cui e’ il materiale a definire forma e pensiero. L’indagine semiotica ci insegna come molto spesso un significante (inteso nel senso usato da De Saussure come elemento esterno e formale) possa mutare in significato, cioè in elemento intrinseco e concettuale. E’ in questi termini, seppur considerando l’arbitrarietà interpretativa, che la “resina”, letta come materia-tramite, conduce alla lucidità della coscienza dell’artista: la stessa versatilità della sostanza plastica, che ora è impecc! abilmente modellata, ora grezza e grinzosa, riesce ad evocare le angosce, le malinconie, le lacerazioni esistenziali di un’epoca e più in generale dell’uomo che in essa si muove e si consuma. Dalle levigate e riflettenti superfici nascono e s’aggrovigliano in rilievo contorte “ragnatele” che, spezzando l’innaturale perfezione del retrostante supporto pittorico, ne cambiano gli equilibri e ne destabilizzano l’ordine precipuo: una neo-formazione, quasi organica, che nella sua apparentemente transuente struttura rivela l’inaspettata caducità della propria natura e di ciò che da essa ne deriva (così come accade nell'opera di Calvino). Come una ragnatela, la resina, nella propria immanenza “biologica” e nella sua trascendenza formale è di per sé elemento “idealizzante” ed “idealizzato”: cattura, invischia, imprigiona, concedendo al contempo morte ed “immortalità”; ma nella fattispecie, con la sua proiezione verso l'esterno e la conseguente trasformazione, essa si tramuta nel tramite necessario all'esternazione della personale sfera emotiva: valvola di sfogo di intime pulsioni. Cinquetti così facendo realizza un complesso ed intricato (come la sua opera) sistema per antitesi dove coabitano staticità e movimento, fissità e slancio, certezze ed angosce, staticità e mutazione, prigionia e libertà, elaborando un linguaggio assolutamente originale e capace di trasformare (o se si vuole trasfigurare) la concreta fisicità della materia “reale” nella dimensione sospesa ed inquieta del proprio essere.
Nicola Silva, Verona 2010
